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Foulées de Samarcande

Les Foulées de Samarcande
Uzbekistan, 23 ottobre – 3 novembre 2009

Una gara unica, un’esperienza indimenticabile per oltre 150 atleti che si sono lanciati sulle piste della Via della Seta di questo Paese leggendario, l’Uzbekistan, una terra evocatrice di infinite cavalcate, di carovane, di cammelli che affrontavano il deserto per effettuare gli scambi commerciali tra la coste cinesi del pacifico e la Roma mediterranea dell’antichità.

I runners, provenienti da ogni parte del mondo , hanno corso attraverso infuocati deserti, campi di cotone, costeggiando moschee e madrasse, arrivando infine alla mitica Samarcanda, una delle città più antiche al mondo, dove coesistono molteplici etnie e tradizioni: uzbeki, tagiki, kazaki, tartari, kirghizi…
Questa gara è stata organizzata in edizione unica, una gemma irripetibile che ha confermato gli altissimi standards SDPO in fatto di località, sicurezza, scoperte, organizzazione.
Tutto questo lo potrete vivere prendendo parte alle nuove avventure SDPO.
Nuove località, stessa eccellenza.

Per chi non fosse ancora totalmente convinto, o volesse saperne di più, qui di seguito il racconto del vincitore delle Foulées de Samarcande, Filippo Pagavino.

Filippo I , Re di Samarcanda

Ci siamo, finalmente. Il 23 ottobre, la data clou del mio 2009, il momento al cui cospetto tutti gli altri appuntamenti perdono di importanza, il giorno rispetto al quale ogni altra data è un numero qualsiasi, è arrivato. L’ho aspettato, sognato, perfino temuto. Mi sono preparato, allenato, perfezionato. Oggi è il 23 ottobre, mi trovo sul volo HY252 da Paris CDG a Urgech, in Uzbekistan, per prendere parte alla mitica Foulées de Samarcande.
Dopo la splendida esperienza delle Foulées de la Soie in Cina sono rimasto in stretto contatto con l’organizzazione francese SDPO, e quando ho saputo che avrebbe organizzato una gara a tappe in Asia centrale sapevo già che non mi sarei lasciato sfuggire l’occasione.
L’organizzatore Jean-Claude Le Cornec ha deciso di affiancare alle Foulées de la Soie, giunte ormai alla quindicesima edizione, una corsa “itinerante” in edizione unica ogni anno. Turchia nel 2008, Uzbekistan nel 2009, Vietnam nel 2010, e si mormora di un mirabolante Cuba 2011 (già prenotato, per quanto mi riguarda!!!).
Ma per il momento è Uzbekistan, la terra di Samarcanda, Khiva e Bukhara, la patria di Tamerlano, Al-Khorezmi e Ulug Bek. Una gara composta da otto tappe dai 12 ai 21 km attraverso i luoghi più caratteristici dello Stato centro asiatico, dalle antiche città ai freddi deserti del Kyzyl-Kum e del Kara-Kum fino alle montagne del Pamir, primi contrafforti della catena dell’Himalaya.
Il fondo, il più vario: terra battuta, pista, sabbia, roccia, asfalto. Il clima: come in ogni Stato continentale che si rispetti, in Uzbekistan le estati sono torride (+45°) e gli inverni gelidi (-20°).
Ok, ma in autunno? L’organizzazione consiglia di portarsi indumenti caldi, non si sa mai…
Comunque sia, sono preparato: nella mia valigia hanno trovato posto i capi tecnici della più varia natura, per affrontare qualsiasi situazione climatica. Tre paia di scarpe da corsa, per ogni tipo di terreno. Integratori alimentari per il recupero e per far fronte alle possibili situazioni critiche in fatto di nutrizione. Il mio fido CamelBak, per le tappe più lunghe. E una novità, le calze di compressione Booster, che in Italia non hanno ancora molto successo ma che all’estero spopolano. Le ho provate un paio di volte e le sensazioni sono positive, adesso vediamo se valgono il loro prezzo spropositato!
Non è mancato il brivido iniziale, quando uno sciopero dei trasporti rischiava di complicare terribilmente le cose, se non di farmi restare a Venezia.
Con una certa angoscia controllo il tabellone delle partenze, il volo per Parigi è confermato, grazie a Dio. Al terminal 2B dell’aeroporto Charles de Gaulle incontro i primi compagni di viaggio, alcuni sono facce conosciute, runners delle Foulées de la Soie e della Marathon des Dunes.
Ritrovo con grande piacere tanti amici, che non si capacitano di come possano mancare gli altri componenti della famiglia. Riconosco non senza apprensione i volti di alcuni vincitori delle passate edizioni delle varie Foulées, tra i quali Joel, imprendibile maglia gialla due anni fa in Cina.
Una cosa è certa: sarà dura!
Notte di volo tranquillo sotto lo sguardo truce delle hostess (o erano stewards?) della Uzbekistan Airways ed eccoci a Urgench, anonima città a pochi km da Khiva, il nostro primo”campo base”.
Nel miglior stile SDPO, il “campo base” è un lussuoso hotel 4 stelle dotato di ogni comfort (o quasi), d’altra parte la filosofia dell’Organizzazione è che dopo essersi ammazzati di fatica durante le varie gare si avrà ben diritto ad un dignitoso punto di ristoro ove riprendersi e prepararsi al meglio al giorno successivo! Inutile dire che condivido pienamente questo punto vista.
All’hotel abbiamo la possibilità di cambiare i nostri potentissimi euro in sum, scoprendo di essere dei riccastri sfacciati: un euro corrisponde circa a 2500 sum, e considerando che la banconota di taglio maggiore è quella da 1000, ci ritoviamo i portafogli rigonfi all’inverosimile.
Molto meno allegra la situazione per quanto riguarda i pasti: almeno 10 tipi diversi di rigogliosa verdura e frutta affollano il buffet (ma come è noto, è meglio evitare questi cibi trovandosi in Paesi dall’igiene approssimativa e dall’acqua contaminata), immonda carne grassa all’inverosimile (non esattamente adatta ad un gruppo di sportivi, se poi sono schizzinosi e tendenti al vegetarianesimo come il sottoscritto, poi…), per fortuna non mancano i formaggi (che di solito evito come la peste ma che qui identifico come l’unica fonte di proteine) , e il mitico, fondamentale, santissimo riso.
Potrò integrare il tutto usando le barrette che ho portato da casa, ma non avendone moltissime cerco di mantenermi nei limiti della morigeratezza.
L’hotel si trova esattamente di fronte alle antiche mura di Khiva, e i meno affetti da sindrome da jet-lag non resistono ad una breve visita nell’affascinante centro storico, dove domani correremo un prologo a passo libero per sciogliere un po’ le gambe.
Domenica 25 ottobre, la mattina fa piuttosto freddo ma non appena si alza il sole la temperatura sale notevolmente, fa ben più caldo che in Italia (oh gioia, oh gaudio). Sgambata di gruppo all’interno delle mura di Khiva, tra minareti e madrasse (le scuole coraniche), sotto lo sguardo stupito degli abitanti e quello severo della statua di Al-Khorezmi, il genio matematico che ha condannato ad immani sofferenze generazioni di studenti inventando dei procedimenti che da lui hanno preso il nome, i famigerati algoritmi.
Si ride e si scherza, ma dietro le lenti a specchio degli occhiali da sole ognuno cerca di individuare i probabili avversari, i compagni di categoria, i concorrenti da temere. Esattamente come in Cina, Joel è praticamente invisibile, trotterella con aria mite facendo finta di niente. Ma stavolta non mi frega…discretamente mi defilo e vado a fare una decina di allunghi in una polverosa viuzza secondaria.
Lunedì 26 ottobre, da oggi si fa sul serio. Previsti 15 km tra i campi di cotone, nelle campagne circostanti Khiva. Arrivati sul posto, contr’ordine: per motivi di sicurezza, la polizia locale ci vieta di partire. Si mormora di avvistamenti di guerriglieri talebani (in effetti l’afghanistan non è lontanissimo) o di gang locali, ma molto più probabilmente si tratta di una bustarella che non è arrivata alla persona giusta. Purtroppo questa sarà solo la prima delle dimostrazioni di quanto la corruzione sia diffusa tra le forze armate di nel Paese.
Fortunatamente, se la polizia non collabora si può sempre comprare l’esercito, che provvede a tracciare un percorso alternativo di 10 km sotto la sua ala protettrice (non so perché, ma non mi sento molto al sicuro!).
La partenza è quindi posticipata al pomeriggio, con evidente nervosismo degli atleti, già in atmosfera pre-gara carica di adrenalina. C’è chi prova ad alleggerire la tensione proponendo la freddura “ricordate che Khiva piano, va sano e va lontano” , ma in quel momento raccoglie principalmente occhiatacce e insulti di varia natura.
Sotto un sole sempre più caldo arriva finalmente il momento dello start ufficiale di queste Foulées de Samarcande, trois, deux, un, GO!!! Emozione pazzesca per i primi 100 metri e poi eccomi nel mio ambiente, a fare una delle cose che mi riescono meglio. Noto con apprensione che il ritmo è piuttosto elevato, in ogni caso non mi espongo troppo e resto con il gruppo di testa per i primi km. Dopo qualche minuto è evidente che saremo in sei a giocarci la gara, e l’allungo per il traguardo volante del miglior sprinter (dove passo per primo, almeno la maglia verde la voglio!) fa due ulteriori vittime. Verso il sesto km un altro runner “scoppia”, e ne approfitto per testare i due rimanenti con un accenno di allungo. Uno resta indietro, un altro tiene botta. Ovviamente, si tratta di Joel. All’ottavo km, consapevole del mio valore sulle gare “brevi”, cambio ritmo e accade quello che in Cina era un sogno impossibile: Joel resta indietro, non riesce a tenere il mio ritmo, perde terreno.
Allo sforzo fisico si aggiunge il batticuore per l’emozione, sono primo e lanciatissimo verso il traguardo, mi sembra di sognare. Sfreccio sull’ultimo rettilineo tra due ali di folla e supero la finish line con un urlo liberatorio. L’allenamento assiduo, costante e appassionato di questi ultimi due anni ha dato i suoi frutti…il più tangibile dei quali è essere sul gradino più alto del podio, vincitore della tappa e maglia gialla della gara.
Joel non è lontano, solo 25 secondi dietro, ma gli altri sono a un paio di minuti. Tutti parlano già di lotta a due, io preferisco non dire niente anche perché domani è prevista una tappa di 18 km nel deserto, ben più adatta al mio concorrente diretto.
Martedì 27 ottobre, trasferimento verso Bukhara attraversando il deserto del Kyzyl-Kum. Nel bel mezzo del nulla, avrà luogo la seconda tappa delle Foulées de Samarcande. Insidie previste: sabbia e lunghezza del percorso. Insidie impreviste: un freddo pazzesco unito a vento fortissimo e conseguente tempesta di sabbia.
Con simili condizioni, che fare? L’Organizzazione non ha il benché minimo dubbio: si corre!
Quindi, fuori guanti e Buff (altrimenti detto “scufiòt”), controllatina a CamelBak e Garmin, sequela di improperi per non aver portato le ghette da deserto, e via!
Joel parte fortissimo e la cosa è abbastanza preoccupante, gli lascio il traguardo volante “point vert” e cerco di tenerlo d’occhio. Verso il 6° km, aumentando leggermente il ritmo, lo raggiungo. E’ dura, comunque: la sabbia è ovunque, nelle scarpe, negli occhi, tra i denti. Proseguiamo tirandoci l’un l’altro fino ad un punto in cui le bandierine di segnalazione semplicemente…scompaiono (poi scopriremo che erano state abbattute dal vento). Per fortuna intravediamo un punto di controllo dell’organizzazione e ci ritroviamo sul percorso segnato.
Dopo 16 km passati a superarci in continuazione, in un momento di visibilità vediamo l’agognato striscione “ARRIVEE” all’orizzonte: mancherà circa un km, e decido di tentare il tutto per tutto: cambio di ritmo perentorio e…Joel risponde! Non mollo, e poco a poco comincia a staccarsi, adesso sto correndo davvero al massimo e non rallento finché non taglio il traguardo. Sono solo una decina di secondi di distacco, ma rappresentano una grande vittoria morale: questa era una tappa teoricamente molto più adatta a lui, e invece siamo 2-0 per me.
All’esposizione delle classifiche, scopriamo che a causa di quella bandierina semisepolta dalla sabbia abbiamo tagliato circa 300 metri di percorso. I giudici ci infliggono un’esosa penalità di 5 minuti, secondo me più per tenere vive le speranze degli inseguitori che per vero calcolo.
Con simili condizioni, che fare? L’Organizzazione non ha il benché minimo dubbio: si corre!
Quindi, fuori guanti e Buff (altrimenti detto “scufiòt”), controllatina a CamelBak e Garmin, sequela di improperi per non aver portato le ghette da deserto, e via!
Joel parte fortissimo e la cosa è abbastanza preoccupante, gli lascio il traguardo volante “point vert” e cerco di tenerlo d’occhio. Verso il 6° km, aumentando leggermente il ritmo, lo raggiungo. E’ dura, comunque: la sabbia è ovunque, nelle scarpe, negli occhi, tra i denti. Proseguiamo tirandoci l’un l’altro fino ad un punto in cui le bandierine di segnalazione semplicemente…scompaiono (poi scopriremo che erano state abbattute dal vento). Per fortuna intravediamo un punto di controllo dell’organizzazione e ci ritroviamo sul percorso segnato.
Dopo 16 km passati a superarci in continuazione, in un momento di visibilità vediamo l’agognato striscione “ARRIVEE” all’orizzonte: mancherà circa un km, e decido di tentare il tutto per tutto: cambio di ritmo perentorio e…Joel risponde! Non mollo, e poco a poco comincia a staccarsi, adesso sto correndo davvero al massimo e non rallento finché non taglio il traguardo. Sono solo una decina di secondi di distacco, ma rappresentano una grande vittoria morale: questa era una tappa teoricamente molto più adatta a lui, e invece siamo 2-0 per me.
All’esposizione delle classifiche, scopriamo che a causa di quella bandierina semisepolta dalla sabbia abbiamo tagliato circa 300 metri di percorso. I giudici ci infliggono un’esosa penalità di 5 minuti, secondo me più per tenere vive le speranze degli inseguitori che per vero calcolo.
Mercoledì 28 ottobre, siamo a Bukhara, ma avremo tempo più tardi per visitare i bellissimi monumenti: adesso è il momento di correre una 15 km su strada, stavolta anche con partecipanti locali. Un paio di questi sono veri atleti, e ben presto rimango in loro compagnia (oltre che dell’onnipresente Joel). Il sole è tornato a splendere, e fa molto caldo. I runners uzbeki, più abituati al clima, allungano e io li seguo, staccando il mio principale concorrente. Poco dopo, verso il 10° km, saluto anche le mie due lepri e mi involo verso il traguardo. Troppo davanti agli altri probabilmente, perché l’auto della polizia che mi dovrebbe fare da apripista non si vede e quindi devo chiedere informazioni al pubblico, in un crescendo di frustrazione e nervosismo. Uno sbirro mi fa sbagliare strada, un altro mi indica quella corretta ma al contempo mi fa saltare un punto di controllo. Per fortuna, i fotografi ufficiali documentano che il “taglio” è assolutamente involontario e che non ammonta a più di 250-300 metri. I giudici, con la solita manica larga, mi attribuiranno ben tre minuti in più, il che non basta comunque a farmi perdere la prima posizione.
Nel pomeriggio, interessanti visite alle madrasse, consueta lotta con i camerieri per avere un po’ di riso in più, e la testa alla tappa di 16 km tra i campi di cotone di Chor Bakr dell’indomani.
Giovedì 29 ottobre, i campi di cotone attorno a Bukhara ci accolgono assieme a un sole radioso, si parte dal solito paesino sperduto con gli abitanti interdetti prima e festanti poi. Purtroppo anche la popolazione canina dell’agglomerato campestre è in euforica agitazione, e nel primo km mi devo fermare un paio di volte per evitare di essere assalito da un quadrupede zannuto. La mia precauzione si rivela sensata, dato che alcuni partecipanti che hanno invece allungato il passo sono stati morsi da cani che evidentemente l’avevano presa come una sfida personale. Uscito dal villaggio, tutto procede bene, Joel di tanto in tanto cerca di allungare e io lo riprendo senza sforzo, percorriamo lunghi tratti rettilinei tra i campi di cotone a una media di 3’20” al km, gli altri non possono neanche sognarsi di tenere questo ritmo. Giunti a un paio di km dall’arrivo, mi sto preparando mentalmente al micidiale allungo conclusivo quando Joel, in evidente affanno, mi propone di arrivare insieme al traguardo. L’idea non mi trova esattamente entusiasta, anche perché il mio vantaggio nei suoi confronti non è poi ancora così inattaccabile…non vorrei pentirmene amaramente più avanti. Allo stesso tempo, mi vengono in mente i cani bastardi che sicuramente mi attendono al varco prima dell’arrivo…passare le forche caudine (anzi, canine) in coppia mi darebbe il 50% di possibilità in meno di essere assalito. Accetto quindi la proposta e addirittura gli concedo un metro per godersi il gradino più alto del podio in solitaria. Ah, la magnanimità.
Il pomeriggio è libero, c’è chi si dà alle visite, chi agli acquisti, e chi al letto.
A cena, riceviamo un inquietante messaggio dai servizi segreti uzbeki: se qualcuno farà ancora foto ai campi di cotone, ci sbattono tutti fuori. Personalmente non capisco quale scottantissimo segreto militare possa essere coinvolto, e soprattutto a chi possa fregarne qualcosa. Poi mi viene spiegato che i lavoratori nei campi in questione sono spesso…bambini. Stranamente, il regime non trova edificante che lo sfruttamento minorile venga documentato.
Venerdì 30 ottobre, tappa di Marki-Khosa, un piccolo borgo nella periferia di Bukhara. Si tratta di 12 km su pista battuta, qui dovrei andare sul velluto. E’ il momento di provare a scavare definitivamente un abisso di secondi tra me e gli inseguitori. Parto “a manetta”, proseguo allo stesso modo, e concludo…accelerando. Verso la fine della corsa a un incrocio mancano le segnalazioni, chiedo informazioni a un abitante, lo mando a quel paese perché ride senza fare alcun cenno, mi affido al mio senso dell’orientamento e infatti pochi metri dopo vedo la bandierina di segnalazione seminascosta in un cespuglio. Il mio sospetto è che il buontempone che rideva poco prima sia lo stesso che ha nascosto la segnalazione, ma non c’è tempo per la giustizia sommaria: ho una gara da vincere, ed è quello che faccio pochi secondi più tardi. Oggi non ce n’è per nessuno, i distacchi parlano da soli…adesso in classifica generale i minuti su Joel sono più di sei, sugli altri quasi il doppio.
Al traguardo, una troupe televisiva mi “sequestra” per una decina di minuti e mi assicura che il telegiornale nazionale dedicherà ampio spazio alla mia intervista.
Ovviamente, la sera mi dimentico di accendere la TV.
Sabato 31 ottobre, la giornata comincia bene: qui la buffonata di Halloween è sconosciuta, non c’è traccia di zucche, streghe o americanate simili, nemmeno negli hotel. E’ quindi di ottimo umore che salgo su uno delle quattro “luxury coach” che portano la comitiva (anzi, dati i luoghi, la carovana) alla volta della mitica Samarcanda.
La gara di oggi è presentata come la più spettacolare, grazie ad una speciale autorizzazione correremo tra i monumenti più importanti della città. Tanto per cominciare bene, la partenza è situata davanti al mausoleo dell’ emiro Timur, altrimenti conosciuto come Tamerlano. Folle oceaniche (beh, quasi) si sono date appuntamento sulla grande piazza per assistere alla partenza di questa manifestazione alla quale effettivamente la TV nazionale ha dato molto risalto. Apparentemente è andata in onda anche l’intervista che ho rilasciato il giorno precedente, perché mi sento chiamare per nome da ogni direzione, e intervallo le operazioni di riscaldamento…firmando autografi! Inutile dire che, se già in condizioni normali l’autostima non mi manca, adesso sono “carico come una bestia”.
I primi dei 10 km di gara sono spettacolari, passiamo accanto a ciclopiche costruzioni coperte da maioliche di diverse tonalità di blu (da cui la definizione comunemente associata alla città di Samarcanda), che mi riprometto di osservare con più attenzione nel pomeriggio. A darmi i brividi non è solo l’immenso complesso del Registan che intravedo alla mia sinistra, ma anche la larghissima avenue sulla quale sto correndo, totalmente chiusa al traffico! Un rettilineo infinito ma soprattutto pazzescamente largo e…deserto, fatta eccezione per il pubblico ai lati. Sembra di correre sulla pista di un aeroporto, e quindi entro breve…decollo, staccando il gruppo. Il percorso prosegue nella zona pedonale denominata “Tashkent”, praticamente gli Champs Elisées di Samarcanda, per poi uscire dal centro città verso la necropoli Shali I Zinda, costeggiando
l’antico osservatorio astronomico dal quale nel 1437 Ulug’Bek determinò la durata dell’anno solare con un errore di…58 secondi. Ovviamente, a occhio nudo!
Qui il percorso è caratterizzato da decisi saliscendi, e un sole caldissimo comincia a rendere la gara piuttosto impegnativa. In più, due atleti uzbeki mi affiancano, e non contenti, metro dopo metro, cominciano ad allontanarsi.
Dopo un provvidenziale ristoro idrico, un passaggio che in molti non hanno apprezzato: due km su una bretella autostradale, ovviamente chiusa al traffico! Personalmente trovo la situazione molto divertente, anche perché comprende una svolta che significa che abbiamo percorso metà gara. Gettando uno sguardo indietro, noto che un concorrente si è fatto sotto, non si tratta di Joel ma la prudenza non è mai troppa, quindi aggiusto il mirino sulla schiena dei due runners locali là davanti e aumento il ritmo.
A un paio di km dall’arrivo ne raggiungo e supero uno, mentre l’altro non dà segni di cedimento. Normalmente mi lancerei nel più folle inseguimento, ma la mia parte razionale (ebbene sì, ce n’è una!) mi rammenta che le due prossime tappe sono lunghe e impegnative, quindi sarebbe più saggio risparmiare le energie. Taglio il traguardo, e prima di andare a recuperare la seconda “lepre”, mi congratulo con la prima: scopro così che i due fanno parte della nazionale giovanile di atletica!
Il pomeriggio lo passiamo con il naso all’insù, ammirati al cospetto delle splendide (e enormi!) vestigia dell’antica “Roma dell’Oriente”.
Domenica 1 Novembre, riceviamo la notizia che le due ultime tappe sono state invertite, oggi correremo quindi “Les Boucles de Tepakul”, ovvero due anelli da 9 km sulle brulle montagne a una cinquantina di km da Samarcanda. Da qui cominciano a svilupparsi i rilievi del Pamir, che parecchi km più in là prenderanno il nome di Himalaya.
Notizia del giorno, tra i numerosi atleti in difficoltà c’è anche Joel. Un’intossicazione alimentare lo ha ridotto piuttosto male. So bene cosa sta provando, mi è successo qualcosa di simile in Cina nel 2007 che tra l’altro mi ha fatto perdere il secondo posto…adesso più che a raggiungermi dovrà pensare a difendere la sua posizione in classifica.
Partenza lanciata insieme a nugoli di splendidi bambini e bambine che ci accompagnano sprintando per qualche centinaio di metri, poi è steppa, ma per pochi minuti: iniziano delle salite vertiginose con pendenze degne della migliore skyrace. Fa un caldo mostruoso, e benedico il CamelBak che gorgoglia sulle mie spalle.
Noto che Fred Lard, il bizzoso trail runner francese attualmente terzo in classifica, sta spingendo notevolmente e non accenna a rallentare nonostante la pendenza. Lo inseguo per tutto il primo giro, constatando con sollievo che in discesa lo raggiungo senza problemi, ma allo stesso tempo mi rendo conto che basterebbe davvero un niente per perdere tragicamente (dal punto di vista sportivo, ovviamente) una vittoria finale che in molti danno già per scontata: una storta, una caduta, un piccolo fastidio muscolare o il minimo problema fisico significherebbero la fine, soprattutto su percorsi come questi.
Questa sottile angoscia latente si dissolve al raggiungimento del “point rouge”, il punto più alto della gara, traguardo che assegna il titolo di miglior grimpeur. Qui il francese si accascia letteralmente, segno che aveva dato tutto per ottenere la maglietta rossa assegnata a questo punto di controllo. Poteva anche avvertirmi però!!!  Nella restante parte del percorso spingo per arrivare ai 21 km di domani con il massimo vantaggio possibile, e taglio il traguardo…secondo. Un atleta di mezza classifica è già impegnato nei festeggiamenti, e non sembra stupito di aver vinto la gara con cinque minuti di anticipo sui primi. Invoco un minimo di realismo e faccio notare ai giudici che nessuno mi ha mai superato durante la prova…dopo un breve conciliabolo con il “vincitore”, risulta evidente che ha sbagliato strada, e la classifica viene rettificata.
Lunedì 2 novembre, l’infermeria è un campo di battaglia. La gara di ieri non ha fatto sconti: cadute, disidratazione, problemi muscolari di ogni tipo e, per molti, un semplice quanto inaffrontabile sfinimento. La gara di ieri era molto dura ma gestibile per i più, sono le otto tappe precedenti che hanno fatto il resto. Alcuni atleti si sono svegliati con il corpo che semplicemente ha detto “basta”. Altri sono stati colpiti da intossicazioni alimentari varie, chi è stato colpito dalla classica (ma devastante) “maledizione di Montezuma” , chi soffre dei più vari disturbi da raffreddamento.
Per quanto mi riguarda, apro gli occhi e sono in condizioni ottime, i miei muscoli sono perfettamente elastici, non c’è una parte di me che si senta a disagio o che si lamenti. Il mio corpo ha trovato già da un paio di giorni l’equilibrio ideale, è una macchina perfetta che non sente più la fatica, è indistruttibile, inarrestabile, e la mente è esattamente l’altra metà del cielo: sono decisamente “in the zone”.
Oltre alla preparazione pre-partenza, fin dal primo giorno qui un Uzbekistan ho avuto la massima cura per il mio corpo, ho integrato l’alimentazione deficitaria, ho cercato di andare a dormire presto, ho indossato una felpa anche se sembrava facesse caldo, ho evitato qualsiasi possibilità di debilitare l’organismo. Ho ragionato in termini di proteine, carboidrati, vitamine, e non di sapori e colori. E’ vero, non ho potuto assaggiare invitanti piatti tipici, ho lasciato nei vassoi montagne di frutta e verdura, ho rimandato alla fine della gara la degustazione di ogni tipo di alcolico. Piccoli sacrifici dei quali però adesso il mio fisico mi ringrazia, e con gli interessi.
Tanto per chiudere in gloria, fuori diluvia, e tenendo presente che si partirà da un’altitudine di oltre mille metri per fare dietro-front a quasi duemila, lo staff medico decide di negare la partenza ad alcuni partecipanti troppo debilitati.
Arrivati sul posto, troviamo ad accoglierci un intero paesino in festa, ma anche la triade più amata dai podisti: freddo , vento e pioggia. Le condizioni meteo estreme hanno causato smottamenti a monte, e un fiume ha già preso il posto dell’impervio sentiero che dovremmo percorrere. L’organizzazione decide quindi di accorciare la salita (e contestualmente la discesa) di 3 km e mezzo. Accolgo la decisione fregandomi le mani, un po’ per il freddo e un po’ per la contentezza.
Partenza sostenuta e la “maglia rossa” attacca decisamente seguito da un atleta locale, resto per un po’ nel gruppetto degli inseguitori anche per proteggermi dal vento gelido e dalla pioggia sferzante. Con il vantaggio che ho, mi basterebbe tenere d’occhio gli altri concorrenti, controllare la gara, limitare di danni. Tutte queste strategie però non fanno per me, quando indosso un pettorale l’unica cosa che posso e voglio fare è “pestare” e dare il massimo. Mi lancio quindi all’inseguimento del grimpeur, le condizioni sono davvero al limite: ho la maglietta incollata addosso, le mani ghiacciate, il vento è fortissimo e ci sono continui guadi di un torrente color ocra che diventa sempre più impetuoso. Stimo il vantaggio delle mie “prede” in una quarantina di secondi al giro di boa, d’ora in poi è solo discesa, i leprotti hanno i secondi contati . La concentrazione è massima e mi accorgo appena degli incitamenti degli altri atleti ancora in fase di salita. A un paio di km dall’arrivo, coperto di fango, raggiungo e supero il maillot rouge che non prova nemmeno a contrattaccare, a differenza del runner uzbeko che riconosco essere lo stesso che mi aveva preceduto a Samarcanda. In vista del traguardo, ci scambiamo uno sguardo di intesa e decidiamo di condividere il trionfo. Sorvolo queste ultime centinaia di metri come in un sogno, rivedo tutti i km percorsi, assaporo il freddo, la pioggia, il vento…il Sogno adesso è realtà, HO VINTO.
Stasera non dovrò studiare il road book, domani non ci sarà un’altra tappa nella quale rischierò tutto, con questi ultimi passi ho scritto definitivamente il mio nome nell’albo d’oro delle Foulées de Samarcande. E il fatto che si tratti di un’edizione unica, mi suggerisce l’organizzatore Jean-Claude, dà un leggero tocco di immortalità all’impresa!!! (Capite poi perché non sia solo colpa mia se a volte esagero con l’Ego?)
La sera, tra uno spettacolo di danze tipiche e l’altro, ha luogo la premiazione ufficiale, dove ricevo l’ennesima maglia gialla (questa volta definitiva, però!) e un trofeo davvero molto bello, e (cosa importantissima viaggiando in aereo) fatto in materiale molto leggero. A seguire…il delirio, chi fino a quel punto si era trattenuto in fatto di alcolici recupera prontamente il tempo perduto, d’altra parte la birra da mezzo litro a 40 centesimi e l’ottima vodka russa a 5 euro la bottiglia invogliano all’acquisto. Ho l’ennesima prova che i francesi possono fare dimostrazione di grande fair-play (con chi gli sta simpatico, almeno) quando vengo portato in trionfo, lanciato in aria (…e mi hanno anche ripreso al volo!) e acclamato come nuovo Re di Samarcanda (…di nuovo la storia dell’Ego!).
Il giorno dopo i toni sono sensibilmente più dimessi, per alcuni la lunga nottata è stata decisamente il colpo di grazia . Spostamento in corriera fino alla capitale Tashkent, metropoli moderna assolutamente priva di qualsiasi luogo di interesse storico. In realtà mi sarebbe piaciuto fermarmi qui un paio di giorni, la città ha l’aria vivace e attiva e poi i monumenti sono solo uno degli aspetti che rendono una città interessante. Putroppo non c’è tempo, l’aeroporto internazionale ci aspetta, tra dichiarazioni doganali, controlli dei visti e lungaggini burocratiche di varia natura. Il tempo di convincere i solerti funzionari che non siamo né combattenti talebani né guerriglieri ceceni, e siamo sul volo per Parigi, dove atterriamo felicemente circa sei ore più tardi.
Accanto al nastro trasportatore dei bagagli, è un continuo baciarsi ed abbracciarsi tra centocinquanta persone che per due settimane hanno condiviso le gioie e i dolori di queste splendide Foulées de Samarcande, diventando centocinquanta amici. Per molti si tratta di un arrivederci a breve termine, si ritroveranno in Vietnam per un’altra avventura. Io? Non credo sarà possibile, dò piuttosto appuntamento a tutti sul Malecòn de L’Avana.
Nuovamente in aereo, diretto a Venezia, vorrei ripensare a questi fantastici giorni, durante i quali ho vissuto emozioni pazzesche, ho conosciuto nuovi amici, ho visitato nuovi posti che non avrei mai pensato di vedere…ma il sonno è troppo, e continuo a sbattere la testa contro il finestrino, attività che prosegue imperterrita in treno verso casa.
Negli occhi e nel cuore resta comunque questa splendida esperienza, e spero che questo mio lunghissimo resoconto (hey, c’è qualcuno ancora sveglio in sala?) spingerà altri runners ad allargare i propri orizzonti sportivi…a passo di corsa.

Filippo “le transalpin volant” Pagavino

Ps. Per rivivere l’ultima tappa “live”: www.vimeo.com/7489779
Pps. I booster? Promossi…